La cittadinanza onoraria aversana a Giovanni Giolitti
(Tutta la prima pagina de “il Mattino”)
Aversa, 5 maggio 1907
Un’Apoteosi
Queste austere cittadine della Campania sanno circondare di una nobiltà grande gli eventi che la fortuna loro apporta: l’altro giorno era Gaeta, che con squisita ospitalità, accoglieva la gente venuta dal mare a rendere solenne un convegno, in cui si chiudeva uno dei più forti palpiti della politica del mondo; oggi è Aversa, che conferisce una dignità imponentissima a un avvenimento nel quale la politica, pur largamente rappresentata dai suoi cultori migliori, si spoglia dei suoi gravi paludamenti e appare nella schiettezza inusitata del sentimento. Questa festa di oggi, è davvero una delle più toccanti manifestazioni del sentimento: poiché vibra in essa due grandi affetti, quello per un morto illustre, che fu per atroce infamia spinto alla morte, e quello per un vivo investito di una formidabile responsabilità nella vita pubblica, e il quale stimo in alto modo le qualità dell’estinto, ne pianse la perdita con fraterno cuore e vuole che anche oggi, il suo amore, la sua stima per colui che è immaturamente scomparso travolto da un fato tragico, brillino al bel sole delle rare tenaci amicizie.
L’apoteosi di Pietro Rosano, adunque, questa apoteosi dovuta al nobile cuore che si spezzò perchè troppo puro e troppo imbevuto di nobili sentimenti, è riuscita, attraverso Giovanni Giolitti, qui venuto da amico devoto e piangente, quale i più fervidi ammiratori di lui volevano, un grandioso atto di giustizia, di rivendicazione, e nella maestà che le hanno conferito cinquantamila persone accorse da ogni angolo delle nostre provincie, essa varca il gran lunga l’importanza di un avvenimento locale.
Non esageriamo dicendo che lo strazio, rinnovantesi dinanzi alla cara effigie eternata dal marmo, esternato dalla desolata famiglia, ha avuto risonanze sincere in tutti i cuori degli innumerevoli astanti, come è stato del pari condiviso, con approvazioni calorose, il gesto di fiero orgoglio, accennato attraverso il velo delle cocenti lacrime della vedova e delle leggiadre virtuosissime figlie, allorquando esse hanno udito dalla commossa eloquenza di Carlo Schanzer: Oggi, per Pietro Rosano comincia un nuovo fulgore di vita: l’ammirazione, che mai più si cancellerà, di tutti i posteri per questo uomo forte, austero e gentile spirito, che tutto se stesso sacrificò alle virtù migliori nel nome della famiglia, e della politica, che amava di verace amore.
Enorme Animazione
Ho detto che cinquantamila sono stati gli spettatori: forse, erano più. La vasta, bellissima piazza Principe Amedeo, così artistica nell’armonioso disordine dei suoi edifizi, immersa nella gloria di una dei più limpidi cieli primaverili, accoglieva, al momento della inaugurazione del monumento, una sterminata folla, che si propagava, in aggruppamenti assai simpatici, sin sulle estreme terrazze e sui tetti e in tutte le strade contigue.
Dalle prime ore della mattina, i treni della linea Napoli-Aversa-Foggia e quelli frequentissimi della tranvia elettrica interprovinciale, riversavano a fotti enormi i visitatori: un vero imponentissimo pellegrinaggio alla patria di Pietro Rosano. Tutta la città era pavesata: non un edifizio era privo di bandiere. E alle mura erano multicolori manifesti inneggianti alla memoria di Rosano e salutanti Giovanni Giolitti, ospite graditissimo.
Da molti paesi erano sopravvenuti concerti musicali: ne ho contati non meno di sedici, oltre quello assai valoroso di Aversa. Tutte queste bande di musicisti dalle più varie e vivaci uniformi, empivano di una grande gaiezza le vie austere della antichissima città.
Due archi di trionfo, a guisa di porte antiche, una delle quali raffigurata incastrata in una colossale rudero romano, erano state erette all’imbocco del piazzale del monumento e all’ingresso della città verso la stazione.
Lungo tutte le strade principali, correvano festoni di mirto e di lauro, tra pennoni dalle cui cime sventolavano grandi orifiamme coi colori del comune.
Il Comitato aveva fatto affiggere il seguente manifesto:
Cittadini.
Il dolore che accomuna i nostri petti all’annunzio della tragica fine di Pietro Rosano, potette lenirsi, appena, nel desiderio concorde di scolpire, nel marmo, la memoria di Lui, com’era scolpita nei nostri cuori.
Quel voto è compiuto!
Sacra al culto dei ricordi sorgerà l’alba di domenica, e il sole di maggio bacerà, per sempre, la fronte marmorea di virtù, nella maggior piazza, che Egli segnò trasformata nel Tempio della gloria cittadina.
Così speriamo di avere corrisposto alla vostra fiducia e Comitato è orgoglioso di annunziarvi che il solenne tributo di affetto rifulgerà di luce limpidissima, per l’augusta presenza di Giovanni Giolitti e Carlo Schanzer.
Il Comitato
Aspettando i ministri
Al tocco, il piazzale della stazione e la banchina interna rigurgitavano di notabilità: una folla mai veduta di tube e di redingotes di tutte le fogge e di tutte le nuances. Pareva che Napoli e tutta Terra di Lavoro avessero inviato ad Aversa tutti i cilindri del più vario pelo, che ormai la moda ha riserbato solo alle cerimonie ufficiali.
Attorno al piazzale, prestavano servizio un centinaio di carabinieri a cavallo. Agli sbocchi, dalla stazione a piazza Principe Amedeo, erano un reggimento di fanteria, il 48, appositamente venuto in rinforzo da Napoli, e il reggimento Lodi cavalleria, comandato dal colonnello Cantone, formante il presidio di Aversa. Il colonnello Ramorino, comandante la legione di Napoli, assistito dal maggiore Peroni, è venuto appositamente a dirigere il servizio dei carabinieri.
Nella graziosa e gaia stazione ferroviaria, tutta linda e pavesata, la sala di aspetto di 1.ª e 2.ª classe era stata addobbata con molto lusso e buon gusto, e adorna di piante esotiche, per servire da sala d’onore all’arrivo del presidente del Consiglio.
L’addobbo è stato fornito dalla ditta Nicola Porcelli, di Napoli, la quale ha riaffermato il suo tradizionale valore nell’armonizzare con meravigliosa euritmia d’arte la sontuosa mobilia di stile da essa fornita.
Innanzi alla sala, era l’alta magistratura di Napoli e Santa Maria, coi capi di collegio, il senatore Ricciuti alla testa, e poi il sindaco di Aversa, comm. Lombardi, con la Giunta e il Consiglio e uno stuolo di autorità, le rappresentanze di 165 comuni, un gruppo di giornalisti coi quali il valoroso collega Zambelli della direzione della Stefani, i componenti il Comitato.
L’arrivo dell’on. Giolitti
Alle ore 13.20, il treno speciale recante l’on. Giolitti, giunge in perfetto orario. Il presidente del Consiglio, il quale è accompagnato dal ministro Schanzer e da numerosi deputati, che l’hanno incontrato a Caserta, si sporge al finestrino del wagon-salon, che è il primo del lungo convoglio. Un formidabile scroscio di applausi, che si ripete per varî minuti, lo accoglie, mentre la musica municipale, intona l’inno e dall’esterno della stazione fanno eco calorosi applausi.
Il presidente del Consiglio scende subito, con passo svelto, e stringe con effusione la mano al deputato Giuseppe Romano, presidente del Comitato, e al sindaco di Aversa. Nella sala d’onore, hanno luogo le prime presentazioni sommarie: si trovano, fra gli altri, il prefetto e il sindaco con la Giunta di Napoli, venuti col treno precedente.
Indi l’on. Giolitti, accolto da nuovi applausi, esce sul piazzale della stazione e prende posto sulla prima carrozza, col sindaco Lombardi, l’on. Schanzer e l’on. Romano.
Si forma un corteo imponentissimo di una trentina di vetture, che si reca, tra crescenti ovazioni, a piazza Principe Amedeo.
La cerimonia
Le tribune, sfarzosamente addobbate, le quali corrono intorno alla vasta piazza, sono rigurgitanti di pubblico: le signore in file serrate in prima linea, offrono con la folla dei cappellini e con le cupole degli ombrellini, un grazioso caleidoscopio.
Nel mezzo della piazza, sull’elegante palco a pagoda di vetri colorati destinato a cassa armonica e del pubblico concerto, sono disposte le poltrone per gli oratori e pel presidente del Consiglio: poco discosta, è una piccola tribuna riservata alla famiglia Rosano: un po’ più in là, è una piccola tribuna per la stampa, dove fa squisitamente gli onori di casa l’avvocato Paolo Colella, instancabile guida dei colleghi venuti da Napoli e da Roma.
Donna Francesca Rosano, il cui mite volto è l’immagine del dolore che non troverà mai requie, e le sue figliuole, marchesa Ferri-Rosano, signorine Beatrice e Laura, vestono a lutto e sono accompagnate dall’on. Colosimo, dal marchese Pignatelli di Montecalvo, dal prof. Curci, dall’avvocato Laicica.
Il marchese Ferdinando Ferri, genero dell’illustre commemorando, è accanto all’on. Giolitti, nella tribuna degli oratori, nella quale prendono posto anche i deputati e i senatori.
L’on. Giolitti, salutato nella piazza dove si profila lo svelto e armonioso monumento al più grande cittadino di Aversa contemporanea, è accolto da fragorosi applausi e da esclamazioni piene di caloroso slancio. Si sente che vi ha della convinzione, della sincerità, dell’affetto vero, in questa popolazione, per l’uomo insigne di governo che viene a deporre il mesto fiore della sua incancellabile ricordanza sul simulacro che l’amore dei cittadini devotamente innalza al grande infelice.
Il discorso dell’on. Romano
Poscia incomincia la cerimonia col discorso del deputato Giuseppe Romano, che ebbe pel Rosano una costante e profonda devozione filiale e fu prediletto da lui fra tutti i conterranei.
L’on. Romano dice con trasparente emozione l’elogio del defunto illustre: un elogio fatto di affetto e di ammirazione, e definisce con efficaci frasi l’attaccamento che tra Rosano e Giolitti correva per consuetudine di idee, affinità di caratteri, reciprocanza di stima. Porge un saluto pieno di slancio all’on. Giolitti, e lo ringrazia a nome del Comitato per il suo intervento, che è pegno dell’immutabile affetto dell’illustre statista per la Campania, ove ha salde e sincere amicizie.
Ecco il testo del discorso:
Eccellenza,
In nome di Aversa, confusa, oggi, nel culto di un suo ricordo, di una sola speranza, e di una sola fede, abbiate il saluto riconoscente, che solleva l’anima di tutto un popolo ad eccelse idealità.
Mentre Aversa ha ancora viva, innanzi agli occhi della mente l’immagine dell’uomo che essa amò e da cui fu amata, si sente orgogliosa di stringersi intorno a voi, che foste il migliore dei suoi amici.
Gli applausi, con cui questa città vi saluta, non sono fatti per disturbare il sacro silenzio della morte, ma sono l’espressione dell’affettuosa obbedienza ad un monito, che sale dalla tomba di Pietro Rosano.
Egli vivo, sparse, a larghe mani, su questa terra, il seme dei suoi alti, sereni ideali, col torrente copioso dei suoi affetti, con la magia della sua parola, con l’esempio luminoso della sua vita di marito, di padre, di cittadino laborioso, di uomo pubblico. Egli morto, ci sprona ancora di perseverare sul sentiero tracciato verso una meta fulgida, additandone agli altri destini della Patria nell’alto senso politico dell’Eccellenza Vostra.
Risuona ancora nell’animo nostro l’eco della sua voce ammonitrice, nell’ultimo dei suoi scorsi elettorali:
Sono dieci anni, egli diceva, ed eravamo al 1901, sono dieci anni che predico all’Italia di aver fede in Giovanni Giolitti; ed i fatti d’Italia gli han dato ragione.
Depositari di quella fede, noi, Eccellenza, la raccogliemmo in retaggio e la custodimmo come maggiori omaggio alla memoria di lui.
E voi, Eccellenza, lo aveste da prova più limpida, quando, all’indomani della morte che ci colpiva da tanta angoscia, noi non sapemmo trovare altro conforto alla sventura, se non stringendo le fila intorno a Carlo Schanzer.
A Carlo Schanzer altro non chiedemmo che un programma ed una fede, e il nostro che il suo programma e la sua fede fossero quelli di Pietro Rosano, perché gli affetti nostri si riversassero tutti sulla sua persona, vincolo novello, fortificante l’antico, tra venerazione dell’amato capo del Governo, che l’Italia acclama custode dei propri destini.
Parve la nostra una dedizione e fu riaffermazione di tradizione antica: parve viltà e ora virtù.
In nome d’Aversa, a Carlo Schanzer, rivolgo il saluto augurale che il suo nome sia sempre tra noi, simbolo di italiana fraternità e di saldo balsamo della fede in tutto un popolo della monarchia di Savoia, nelle libere istituzioni della Patria e negli uomini che ne reggono il freno.
La terra che calpestate, Eccellenza, è terra vostra, perché fu la culla di Pietro Rosano.
Noi non ci inchiniamo innanzi ai fasti del potere. Al governo o fuori, Aversa vi ama, per bisogno del proprio spirito e per virtù di una tradizione, la quale, oramai, vive da tre lustri.
Da quando voi, Eccellenza, onoraste Aversa, prescegliendola a vostro collaboratore Pietro Rosano, si stabilirono, tra la città nostra e voi, vincoli di gratitudine non più interrompibili, ma sempre più rinsaldantisi. Da allora, l’impronta e la direttiva da voi impressa alla vita italiana, gli ideali della vostra politica conquistarono in questa terra uno stuolo di ammiratori e di seguaci fedeli, che accompagnano, col loro voto, il trionfo d’ogni vostra aspirazione. Da allora Aversa vi ama come proprio concittadino adottivo e non ha altro orgoglio che quello di confondersi nell’affetto, coi vostri concittadini naturali, coi forti e brevi artiglieri di Dronero, a cui mando, in questo solenne, un fraterno saluto.
La tradizione, Eccellenza, da quel giorno memorabile è venuta rafforzandosi per le ripetute prove d’affetto che voi prodigaste a questa città. Per voi, ed in omaggio alla fede che il nostro compianto Aversa ha avuto, dopo l’atroce sventura, essere restituito all’onore ed vedere rappresentata nel Consiglio degli uomini per voi essa ha visto tutelati i suoi più legittimi e vitali interessi, tra cui noi pure ricordiamo la conservazione del presidio militare, l’incremento del manicomio giudiziario, che è un vanto cittadino, e l’alto favore alla pubblica beneficenza, con ogni bisogno.
In queste prove d’amore, Aversa ebbe il presagio di trovare, sempre, nell’Eccellenza Vostra, un sicuro protettore in ogni evenienza.
E il presagio diviene lusinghiera certezza, innanzi a questa commossa dimostrazione di benevolenza che supera tutte le altre.
Voi, partecipando alla mesta cerimonia di oggi, ergete nel cuore dei cittadini aversani, un monumento di gratitudine, pari a quello che essi hanno eretto al caro indimenticabile amico. Lasciando per poche ore le cure del governo, per confondere innanzi a questo marmo, i vostri palpiti coi nostri, voi sciogliete l’inno più puro che l’uomo del governo possa innalzare alla religione degli affetti.
E questo marmo sorge, sotto gli auspici dell’Eccellenza Vostra, monito severo ai nemici della Patria, a sollievo del dolore che ci unisce, per sempre, nel lutto, una famiglia ed un popolo.
Aversa si inchina reverente, innanzi a questo esempio di civile virtù e dalla festa odierna trae migliori auspici pel suo avvenire e per l’avvenire della Patria al grido di: Viva il Re! Omaggio a Pietro Rosano. Viva Giovanni Giolitti.
Scoppiano, alla fine, ripetuti applausi, mentre l’on. Giolitti si congratula con l’oratore.
Discorso Schanzer
Prende subito dopo la parola il ministro Schanzer, deputato del luogo, e il quale pronunzia una improvvisazione di un’altissima nobiltà di forma e di concetti. Ecco un sunto del discorso del giovanissimo ministro, il quale riesce a commuovere quasi ad ogni frase e strappa unanime consenso quando con roventi parole stigmatizza lo scempio che del cuore di Pietro Rosano fece una malvagia e selvaggia aggressione esecrata da tutto il mondo civile:
Il ministro Schanzer, dopo un breve esordio, dice di non aver bisogno di rilevare la virtù di Pietro Rosano, perché la fama dell’uomo privato e pubblico è viva nella memoria di tutti i presenti. Si limiterà a parlare brevemente della duplice qualità di deputato del collegio di Aversa e di presidente del Consiglio provinciale di Terra di Lavoro.
Rare volte, dice l’oratore, la immatura fine di un uomo lasciò dietro di sé più acuto ed universale rimpianto, sia nell’animo popolare, sia presso gli uomini più eletti ed eminenti, perché troppo crudele, troppo tragica fu la improvvisa scomparsa di lui dalla scena del mondo, proprio quando egli stava per cogliere il premio di una vita di sacrificio e di lavoro.
Pietro Rosano fu un tipico rappresentante della razza generosa natura meridionale, per il fascino di simpatia che sapeva diffondere intorno a sé, per l’ingegno vivo e brillante. Fra il tono del deputato e l’uomo dalle molteplici e alte vita politica tu per lui particolarmente dura e dolorosa, ciò accade perchè egli si abbandonava troppo pure di se stesso e quindi troppo soffriva dei disinganni e delle disillusioni che essa prepara.
Dopo avere accennato alle qualità di Pietro Rosano come illustre avvocato e come oratore che seppe dare all’oratoria forense una dignità di arte e dopo avere ricordati i meriti dell’estinto come presidente del Consiglio provinciale di Caserta, il ministro Schanzer si sofferma sulla figura dell’uomo politico. Riassume la storia di lui quale è scritta negli annali parlamentari e rammenta con quanta fede e entusiasmo e con quale slancio d’affezione il Rosano chiamato dall’on. Giolitti all’alto ufficio di ministro volle finanza, si accingesse alla grave opera, desideroso di legare il proprio nome alla risoluzione del problema della rigenerazione economica del Mezzogiorno. Ma un fato inesorabile, proprio quando il paese si attendeva da lui un’azione larga, geniale e vigorosa, ottenne ad un tratto quella lucida intelligenza e spense quella viva speranza a cui si era fatto consenso di ammirazione e di caldi affetti.
Prosegue l’oratore notando che la presenza dell’on. Giolitti all’odierna cerimonia non è soltanto una novella prova dell’alta fedeltà alle amicizie che è fra le qualità più belle del presidente del Consiglio, ma ha pure un significato più ampio ed elevato, quello di una rivendicazione della figura morale di Pietro Rosano che cadde vittima di un’aggressione feroce ed civile, e di un ammonimento ai mendicanti di portare maggiore rispetto ad loro uomini più eminenti e maggiore spirito di temperanza nelle loro politiche che non debbono degenerare in selvagge passioni di odio e di vendette.
Ma si consentita, dice l’on. Schanzer il ringraziare come deputato di Aversa l’on. Giolitti del suo alto benefico e cortese. Venendo qui oggi egli ha stretto anche più fortemente il vincolo che legava queste popolazioni a lui, perché ha parlato loro il linguaggio del cuore che anche la politica è sempre il più eloquente.
Conclude additando la fraterna amicizia di Pietro Rosano e di Giovanni Giolitti come esempio ammonimento e come simbolo di quella concordia di intenti che per fortuna d’Italia stringe in un sol fascio di forze, settentrionali e meridionali, nel radioso ideale di una patria forte, prospera e felice.
Durante il discorso dell’on. Schanzer, le superstiti signore di casa Rosano sono state vinte da crisi di pianto, che hanno suscitato l’emozione di tutti i vicini.
Poche parole del comm. della Torre
Il comm. Ernesto della Torre, presidente della Società dei Reduci, riesce a porre una parentesi tra i discorsi precedenti, prendendo brevemente la parola per mandare alla memoria di Pietro Rosano il mesto saluto dei suoi antichi commilitoni, di quanti sono qui presenti tra i superstiti delle schiere che cimentarono pel riscatto italiano e che ebbero sempre pel nobile cuore di Pietro Rosano e pel suo alto ingegno un’ammirazione sincera. (Applausi).
Attorno al palco del comitato, sono di fatto numerosi reduci dai vasti petti fregiati di medaglie: molti indossano la camicia rossa, e vi è anche una vermiglia camicia garibaldina sotto una redingote sormontata da un bigio testa.
Discorso Ferri, per la famiglia
Il marchese Ferdinando Ferri pronuncia, con voce velata spesso dal pianto, talvolta fremente di santo sdegno, parole toccanti del nefando movente della strage: un discorso che conquide le generali simpatie e provoca ad ogni istante le approvazioni dell’on. Giolitti. Egli dice:
La famiglia che oggi più di ogni altra ama e che lo piange di devozione quasi religiosa, non può osar nulla in questo giorno e innanzi a questo marmo.
Il suo lutto divenne lutto universale: così oggi essa può far tacere il doloroso egoismo del suo rimpianto, per associarsi al rimpianto di migliaia di cuori. È voce far sentire la sua parola, tanto più riconoscente e commossa, in quanto, se per l’invincibile emozione, questa non è essa ad alta lettura. È certo l’ora che correva di numerose soddisfazioni il suo dolore immenso.
Quando nella livida alba autunnale, strappata al sonno, la madre, la moglie, le figliuole di Pietro Rosano, nella stanza ov’egli aveva vissuto le ore più fervide di lui stesso, rischiarata appena dalla lampada che aveva illuminata tante vigilie di lavoro, trovarono riverso, il capo reclinato, in atto inconsueto di sofferenza e di riposo, il loro adorato, e si gettarono su di lui, e lo conobbero al tacere e al gelo e sentirono che il loro affetto, guida e fiamma della esistenza laboriosa, il loro ideale che aveva generato miracoli di attività e di sacrificio, il loro affetto e lo loro dolci invocazioni e le grida disperate non riuscivano ad avvivare i cari occhi e non batteva più quel cuore che aveva palpiti per esse dei palpiti più puri, e potevano inerti le braccia sempre pronte a stringerle al petto, credettero di avere patito tutte le loro lacrime e di avere patito alla sventura il supremo tributo.
Ahimè! il quanto nuove amarezze dovevano insorgere la loro angoscia. Non si quetò l’ira di parte che pure suol deporre le armi alla soglia dei cimiteri, non parve sufficiente la morte, che era un sacrificio e che anche quando è una espiazione, soddisfa la giustizia più arcigna e più incivile; non insorse silenzio e rispetto la sventura e le donne: i più atroci della gentilezza umana. Le sventurate donne di Pietro Rosano videro turbato il riposo del loro estinto e il raccoglimento del loro dolore dal querulo stridìo di postume quereimonie, da iniqui sospetti col quale si cercava di colpire, dopo il morto, i viventi, e fra i più cari all’estinto, da inattesi silenzi e da ingiusti oblii.
Certo le orrende visioni e le tremende tristezze non possono cancellarsi dagli occhi che videro e dai cuori che soffrirono. Nondimeno ad esse si congiunge oggi e quasi si sovrappone questo spettacolo riparatore per lo spirito infelice dei superstiti suoi.
La tempesta mugghiante sul capo di Pietro Rosano avrebbe dovuto essergli argomento di fierezza e di orgoglio. L’odio è un cuore consacrato non dà più torti. L’ingratitudine e sdegnazione concessa solo a chi può gustare il gaudio di fare il bene. La persecuzione è una elezione; poiché assai perseguitato significa essere scelto dalla perfidia per rappresentare la virtù.
Ripensando alla vita trascorsa, alle terre riportate nella giovinezza nelle ultime battaglie della Patria, alle dure tacite sostenute per la Giustizia, nella austerità della esistenza e nel rigore della disciplina, alla gratitudine, alle benevolenze, al plauso, all’entusiasmo raccolti lungo il cammino, ai successi conquistati ed alla considerazione raggiunta, egli avrebbe potuto tenere per sé lo sdegno contro chi l’odio suggella.
Fu uomo e però fu colpito. L’ammirazione non ha un rovescio, l’odio, e l’entusiasmo ha un rovescio, l’oltraggio. L’odio e l’oltraggio son prove a favore, poiché esse muovono contro.
Le virtù e consacrazioni sono raccolte dalla posterità come comuni di gloria. Chi è coronato e biasimato. La legge è questa: la bassezza degli insulti è misura sulla grandezza della acclamazioni.
Anche avrebbe potuto, e se avrà il mezzo, rispondere con invincibile difesa, alla violenza dell’aggressione.
Ma all’uomo fu attribuita un’anima di atleta, ed egli era un’anima mistica, assorta nel sogno ed ansiosa di pace.
Ciò fa attenuata la passione della politica e sole sue passioni erano la famiglia e la terra natia quali riponeva ogni orgoglio ed ogni compiacimento.
Gli fu attribuita ambizione di cuori ed ambiva soltanto l’azione.
Gli fu attribuita una fibra temprata a tutti i cimenti ed invece — protetto dalla fortuna — non tollerava le avversità e le più piccole assumono dinanzi alla sua fantasia proporzioni e contorni paurosi, e contro di esse non voleva che un solo rifugio, la morte, invocata antica, quante volte ai venti della sua sincera amarezza la proferiva.
Così, investito da un impeto selvaggio di odio, un doppio tormento agitò lo spirito doloroso ed ansioso insopportabile gravava: sul petto che il suo amore, retaggio dei suoi padri, sul petto della sua vita, fosse disconosciuto, e scrisse nell’ultima lettera, che è come il testamento della sua anima e del suo cuore: «Non ho la forza di resistere a tanto strazio morale. A nessuno si è fatto la morte selvaggia, che a me da quindici giorni».
E gli pareva che la sua più cara amicizia fosse compromessa. Pensò che il grande amico, venerato col fervore più caldo del cuore espansivo fosse, attraverso la sua persona, aggredito e colpito.
E scrisse anche: «Chieggo perdono a Giolitti dell’imbarazzo che gli ho cagionato. Ho avuto per lui devozione fraterna. Egli mi perdonerà la noia che gli ho procurata».
Sono il peso di questi tormenti l’istituto della vita, l’amore della famiglia, l’impeto della difesa caddero. Nell’ora notturna, il silenzio, di solitudine e di malinconia, ora che parla di tutto quello che è morto, di tutto quello che deve morire, ora che intende coraggiose e rumorose riprese, rinacque, invincibile ormai, la nostalgia della tomba.
A chi lo supponeva tenero nei beni della vita e ripenso di dimostrargliene, non pure i suoi beni, ma la vita stessa disperava. E a chi voleva colpire in lui l’amico venerato, pensò di gettare una piena magnifica, capace di travolgere l’odio più implacabile e di fermarne la persecuzione una buona volta.
Se il significato del sacrificio fosse rimasto vago ancora all’animo tormentato, nel sentimento ancora vagare inquieto lo spirito doloroso. Ma il rito solenne di oggi è atto placarlo.
Compiuto l’eccidio gli stessi autori di esso ne parvero sgomenti. Gli animi addormentati e acquiescenti, scossi dalla catastrofe, si svegliarono e reagirono. Le passioni ruggenti si quietarono come per incanto. Giovanni Giolitti ritornò il compenso di rispetto e di fede che fin allora lo aveva circondato ed oggi, grande anima fraterna, è qui a rendere, con la sua presenza, l’altare di rivendicazione che Aversa promette, e a proclamarne che l’amicizia di lui, cementata dal sangue e dalla morte, vive oltre l’avello.
E intorno a marmo che Francesco Jerace animò con genio di artista e cuore d’amico, un popolo innumerevole, accorso da ogni angolo della Campania, si raccoglie reverente e plaudente.
Aversa, Aversa mia, egli gridò un giorno di ineffabile amarezza in cui si parve di essere obliato dalla città natia. E Aversa, Aversa sa, più che l’elogio funebre, il mausoleo, la lapide, o la pagina storica, gli ha decretato il monumento, supremo omaggio della posterità, apoteosi del dolore, perché riviva anche nelle generazioni avvenire colui che apprezzò l’onore e l’ufficio più che la vita.
E per le labbra oratrici di Carlo Schanzer la voce muta della Terra di Lavoro e quella stessa che tanto volle lo acclama per le sue contrade gli invia il messaggio del suo amore non perituro, e gli dice che la virtù della vita e il sacrificio della morte, l’anima trionfante sulla carne, meritano un culto e che sia culto si è aggiunto oggi alla religione di questa terra.
Dello infinito conforto portato alla memoria del caro scomparso, la famiglia di Pietro Rosano ringrazia Aversa, la Provincia, la regione, il Comitato, ed in specie l’on. presidente di esso che con volontà virile preparò questo ricordo marmoreo e questo giorno memorabile.
Gli oratori che della loro parola fecero rivivere l’estinto, ministri, senatori, deputati, rappresentanti la Provincia ed i Comuni qui convenuti, e quanti concorsero alla commemorazione di oggi, e quelli con la loro presenza la resero più solenne e significativa.
A questa piazza e a questo marmo, splendenti per voi come un fato, elevato a pochi passi dalla casa che gli fu culla e dove, per un miracolo di sopravvivenza, una candida veneranda custodisce, intatta vestale, il culto per la memoria del figlio, non noi soltanto, ma tutti voi, che egli soleva chiamare la sua famiglia, porgiamo ormai convenire in secolo pellegrinaggio, non nell’anima non più il dolore disperato e ribelle, ma un dolore rassegnato e sereno, poiché se la morte è l’avvento della verità suprema, la morte, impronta da questo consenso di cuori, esalta da questa concordia di coscienze, non è la fine, ma il principio, non è la tenebra, ma è la luce.
Il presidente del Consiglio muove per primo a congratularsi con Ferdinando Ferri, prendendogli ambo le mani e tenendole a lungo tra le sue. Con questa muta espressione, egli si rende l’autorevole, il più autorevole interprete, dei sentimenti di tutti gli astanti riguardo alla tragedia evocata.
La visita al monumento
Indi l’on. Giolitti, che, durante tutti i discorsi, è rimasto sempre in piedi, scende pel primo dal palco del concerto civico e si reca, seguito da Schanzer e dalle autorità, a fare il giro del monumento, per la bellezza del quale tributa i più vivi elogi al comm. Francesco Jerace, il valentissimo scultore, che gli sta vicino.
Egli firma, con gli altri personaggi più notevoli, il verbale dell’atto di consegna del monumento al Municipio.
Attorno al monumento sono state deposte grandi corone, tra le quali quelle gigantesche del Comune di Aversa, del Comitato, del Consiglio Provinciale di Caserta, del comm. Achille Fazzari, della Casa Paterna Ravaschieri, della quale l’on. Rosano era presidente.
Nei pressi del monumento, sono schierati tre plotoni di giovinetti della detta Casa paterna, giunti con fanfara in treno speciale da Napoli, il Collegio Cirillo di Aversa e altri Istituti.
Ai piedi delle tribune, formano pittoresca decorazione i labari e le bandiere di un centinaio tra società operaie e municipi che hanno inviato ad Aversa rappresentanze con le insegne dei Comuni.
Frequenti applausi e grida di: Viva Giolitti! prorompono di tanto in tanto, mentre il presidente del Consiglio rifà il giro del monumento, si sofferma qua e là a stringere la mano a persone a lui note.
L’on. Giolitti risale sul palco, e un grande inno composto dal valoroso maestro Ruta vien cantato in limpido coro dai giovanetti della scuola normale di Caserta, con accompagnamento di banda.
L’on. Giolitti ringrazia il maestro Ruta e l’autore dei versi, prof. Edoardo Frattini.
In casa Romano
Con ciò termina la cerimonia dell’inaugurazione del monumento, e il presidente del Consiglio, con Schanzer e le più alte notabilità, si reca nel prossimo palazzo dell’on. Romano a salutare la famiglia del popolarissimo deputato e la famiglia Rosano, che frattanto vi si è recata.
La leggiadrissima signorina Maria Romano ha offerto all’illustre ospite un magnifico cespo di fiori, con targhetta di argento finemente cesellata col nome della gentile donatrice. La graziosa fanciulla ha rivolto le seguenti parole all’on. Giolitti:
«Eccellenza, accogliete questi fiori che a nome mio ho l’onore di porgere anche a nome delle fanciulle aversane che salutano nel primo ministro del Re il nuovo ed incitato concittadino nostro.
Parli il loro profumo al cuore della nobilissima anima che concilia la gloria nella vostra vita, il cui spirito eletto signoreggia su quante anime gentili vanti Torino, e le arrechi un tributo di amore il nostro omaggio».
Alla gentile donatrice, che veste un delizioso abito grigio-perla, fanno corona molte eleganti signore e signorine.
L’on. Giolitti ringrazia, e poi resta a conversare con le signore e le signorine che sono in casa Romano. Alle ore 15 circa, egli rimonta in carrozza, per recarsi a visitare l’Ospedale maggiore.
Gl’intervenuti
Fra l’immenso numero di intervenuti notati il prefetto di Napoli, senatore Ceccacciolo, il sindaco marchese del Caretto, con l’assessore delegato avv. Giulio Rodinò, i senatori Calabrò, Senise, Visocchi e Carafa d’Andria, i deputati Marghieri, Castellino, Salvia, Venditti, Guarracino, Lonardo, Anania De Luca, De Tilla, Francesco Spirito, Beniamino Spirito, Strigari, Guerritore-Broja, Rummo, Cacciapuoti, Santamaria, De Riseis, Baranello, Placido, Visocchi, Fede, Cantarano, Mango, Morelli, Verzillo, Conte della Pietra, Scorciarini-Coppola, Galdieri, l’ex deputato Laurenzana, il procuratore generale della Corte di appello di Napoli commendatore Capaldo, il primo presidente senatore Ricciuti, il vice presidente di appello comm. Pagliano, il presidente del tribunale di Napoli comm. Chapron, il presidente del tribunale di Santa Maria comm. Ferdinando Russo, il procuratore del Re del tribunale di Santa Maria comm. Vito Antonio Berardi, i sostituti procuratori del Re di Santamaria, Putaturi e Petrali, i giudici Cusani, Rocchi, Genova e Persico, il prefetto di Caserta comm. Grignolo, i componenti la Giunta comunale di Napoli, il Geremicca, Barone, Caracciolo di Forino, conte Piscicelli-Taeggi, Pironti, Rignano e De Matteis, i consiglieri provinciali di Napoli cav. Chianese, Salvatore Girardi, Corrado, rappresentante il Comune di Secondigliano, Giuseppe Russo e qualche altro; i componenti la Deputazione provinciale di Caserta, il comm. Fusco, il comm. Tammaro, il prof. De Roberto, il cav. Garofalo, il comm. D’Aniello, il cav. Frezza, il cav. Vetrella, il comm. Rossi, il cav. Del Vecchio, i signori Paone, Ciocchi, Mazzenga, Theo, Monti e cav. Foglia; il cavaliere Nicola de Rosa, il comm. Abatemarco, il comm. Vincenti, il prof. Plasso, il cav. Lupi, il cav. Gennaro Russo, il cav. Pasquale De Martino, il direttore dei telegrafi di Napoli cav. Schiano, il prof. Bernardino Perla, il cav. Aceto, consigliere provinciale di Cassino, rappresentante pure il Comune di Sant’Elia Fiumerapido; i funzionari tutti dei vari uffici pubblici di Aversa; il cav. Coppola, il marchese di Campolattaro; il prof. Saporito, il barone Sassone-Corsi, il prof. cav. Spinelli, l’avv. Perrone, l’avv. cav. Liguori, l’avv. Carlo Fiorante, il cav. Cestaro, l’avv. Raffaele Dell’Aquila, l’avv. Materi, il dott. Alfonso Girone, i pretori di Aversa, Trentoia, Carinola, il vice pretore Duce De Ifteto, il comandante delle guardie municipali di Napoli cav. Mauro e capitano Perla, il comm. Riccardo Lungaro, i sindaci o i loro rappresentanti dei comuni di S. Maria Capua Vetere, Sessa Aurunca, Casaluce, Teverola, Carinaro, Trentola, Frignano Maggiore, Parete, Frignano Piccolo, S. Cipriano, Grumo, Lusciano, S. Marcellino, Marianise, Gricignano, Tufino, Succivo, Valle di Maddaloni, Giuliano, Casal di Principe, Ronza, Castel Morrone, Capodrise, Frattamaggiore, Sant’Antimo, Melito, Pietravairano, Nola, Prazzola, Casagiove, Carinola, Castelforte, Minturno, Sant’Andrea Valfreda, Francolise, Pietramelara, S. Giorgio a Tiri, Spignaturo, Vairano Patenora e S. Cosmo.
Le rappresentanze
Vi erano, tra le altre rappresentanze, le seguenti:
Sessa Aurunca: sindaco cav. Giannini, segretario avv. Tisco, cav. Irace, pretore Rozera, cav. Giuseppe Giannini, cav. Ciocchi, avv. Ciocchi, Arturo Martino per la Pretura; signori Zona, Pirrogo, Torella, prof. Barbaro, collettore Gentili, dottor Felice Ciocchi e signor Primosco. V’erano poi il concerto municipale, la società operaia, con bandiera e il labaro del Municipio.
Formia — Avv. Adolfo Nucci, sindaco, la società operaia Principe di Napoli e la società Liberale, con bandiere. Vi era pure il cav. Mazzone, sotto prefetto di Gaeta.
Sant’Andrea Valfredda — Sindaco dottor Tudino.
San Cosmo e Damiano — Sindaco cav. Tibaldi e segretario sig. De Biasi.
Castelforte — Sindaco cav. D’Orté Durotore e segretario comunale sig. Capolino-Forte.
Carinola — Sindaco cav. Budetta, avv. Serao, cav. Di Stasio, Alfieri, avv. Scianrone, dott. Sciandone segretario Tisco e signor Froi.
Vi era pure la società operaia con bandiera.
Minturno — Sindaco cav. Mazzucca, signori Raffaele Conte, Barone Lammaro-ta e segretario Grossi.
All’“Annunziata„
La bellissima vettura dei ministri — una calèche huit ressorts, con cocchiere e valletti in parrucca — si è diretta, tra incessanti applausi, allo stabilimento dell’Annunziata, uno dei più grandiosi asili ad onore di tutta l’Italia meridionale, dove l’on. Giolitti ha visitato il vasto e perfetto ospedale, i cui incrementi devono allo zelo dell’on. Rosano e di altri valent’uomini aversani.
Ivi, il Consiglio municipale ha offerto il primo ministro la pergamena — già descritta dal nostro corrispondente locale — che glorifica la cittadinanza onoraria di Aversa.
Il cav. Alfonso Romano, fratello del deputato di Sessa Aurunca, a nome del Consiglio, ha pronunziato il seguente discorso:
Eccellenza,
I miei colleghi del Consiglio mi fecero l’onore di designarmi ad interprete dei sentimenti della coscienza cittadina, nel presentarvi questa pergamena che consacra il ricordo della cittadinanza onoraria, conferitale da questo Civico Consesso.
In quest’ora però, mentre ancora risuona d’intorno alla Eccellenza Vostra l’eco fascinatrice dell’entusiasmo febbrile di una folla sterminata e plaudente, io penso che sarebbe audacia voler superare col vigore della parola l’efficacia eloquentissima della commovente manifestazione di omaggio a V. E. fatta, e che nella sua unanimità è assurta ad un vero plebiscito.
Voglio sol dire che acclamandola cittadino onorario noi porgemmo ascolto ad un intimo, irresistibile impulso della nostra anima: non fu invece il semplice attestato di ossequio all’uomo di Stato insigne, benemerito della Patria, né fu soltanto sentimento di gratitudine per aver consentito a questo popolo di acclamare fra le sue mura il primo ministro del Re, ma sovratutto volemmo dare espressione al palpito riconoscente che Aversa ha provato nel sapere V. E. partecipe, con tutto lo più intenso e sereno dello spirito, alla cerimonia che oggi si è compiuta, e nella quale s’è vista pulsare, in armonico sublime consenso, tutta quanta l’anima di Terra di Lavoro.
Volesse, Eccellenza, per questa città assai tragica ora con la scomparsa dell’uomo, che era tanta parte del suo essere, e l’avvenire si delinea già come dal dolore, fu così rapido ed inaspettato, da sconvolgere ogni fibra più umana!
Per un istante il cuore tacque, lo sgomento prevalse; parve anche nel cuore di Pietro Rosano si fosse colpito ad un tratto il cuore di tutta una Provincia, ma tumultuò la stima sotto la pietra sepolcrale noi rimase tumulato pure il nostro grido di angoscia, che ancora risuona in ogni angolo di questa terra, ed il nostro spirito esultante, laggiù di un conforto, non seppe che trovarlo nel sogno della rivendicazione, solenne, dell’uomo che tutto ci apparteneva, la di cui memoria volemmo circonfusa di luce radiosa.
Quel sogno fu oggi compiuto; le ansie, le emozioni, i palpiti che ci valse, furono ripagati dal lenimento del dolore che trae, come in un atto pellegrinaggio, ai piedi del monumento quante hanno di più eletto queste contrade; furono ripagati dall’accorrere qui di V. E. dal plauso col quale, V. E. ci sorresse in così nobile opera rivendicatrice!
Niente adunque di più naturale per noi che l’ascesa di averla a Cittadino onorario, imperocché si è vero che la sventura che ci colpiva, ci trovò affratellati non soltanto per tradizioni di lotte, di ideali, di fede comune, ma anche direttamente nel dolore, e nel rimpianto dell’uomo, che onorano, Aversa, oggi, fiera del suo censo, nel nome di Vostra Eccellenza, salendo lo più sparso del suo avvenire, bene augurando al domani, attirata dal luminoso miraggio che la fiaccola del progresso le addita.
Le parole di Giolitti
L’onorevole Giolitti, felicitando il cavaliere Romano per lo splendido indirizzo rivoltogli, ha risposto con felicissima improvvisazione dicendo che egli era conscio dell’affetto che Aversa aveva per Rosano, ma che la solenne dimostrazione fatta oggi dalla cittadinanza tutta con così nobile slancio, ingigantisce giustamente la venerata figura di Pietro Rosano, e che egli era grato, quindi, alla cittadinanza stessa per la dimostrazione di affetto avuta in questa occasione così cara al suo cuore, che non si riavrà mai dallo schianto provato alla brusca dipartita dell’uomo amato come fratello, del cooperatore leale nell’opera ardua di governo. Ha soggiunto poi di essere lieto, nel contempo, per la dimostrazione fatta all’on. Schanzer, successore di Rosano in questo cospicuo collegio politico, ed ha espresso all’on. Romano il suo compiacimento, per l’opera spiegata nel preparare questa postuma apoteosi di Pietro Rosano.
Il ricevimento — Il “lunch„
L’on. Giolitti, nel salone delle colonne dello stesso edificio dell’Annunziata, ha ricevuto le autorità, nell’ordine di precedenza, e le rappresentanze della provincia di Terra di Lavoro, che gli venivano mano mano presentate dal prefetto Grignolo.
Ricevendo il prefetto, il sindaco e la Giunta di Napoli, egli li ha ringraziati di essere intervenuti all’odierna solennità e ha chiesto informazioni su varie condizioni amministrative del nostro Comune e della nostra Provincia.
Infine, l’on. Giolitti, le autorità e gli invitati hanno partecipato a un sontuoso lunch, offerto nell’ampio salone terraneo dell’Annunziata e servito a profusione e squisitamente. Tutto è proceduto con perfetto ordine, grazie specialmente all’infaticabile cav. Antonio Della Volpe, al cav. Alfonso Romano, al prof. Bernardino Perla e agli altri delegati del Comitato.
Le lapidi
Due lapidi sono state scoperte in ricordo della odierna visita dell’on. Giolitti: una di fronte al monumento a Rosano, in piazza Amedeo; l’altra nell’interno dell’edificio dell’Annunziata.
La partenza
Alle ore 17, l’on. Giolitti, l’on. Schanzer e gran numero di deputati e senatori si sono diretti alla stazione, per ripartire. Le dimostrazioni entusiastiche si sono rinnovate lungo tutto il percorso. La vettura dei ministri era scortata dai carabinieri a cavallo.
L’on. Giolitti ha ringraziato con effusione il sindaco e il Comitato e ha promesso di rivisitare Aversa. Alla partenza del treno per Roma, il presidente del Consiglio, che è rimasto allo sportello, è stato fatto segno a nuove e calorose manifestazioni di simpatia.
Moltissimi telegrammi di adesione alla odierna solennità sono pervenuti al Comitato da parte di deputati, senatori e notabilità di tutta Italia, con espressione intensa sentimenti per l’onorata memoria di Pietro Rosano e per il capo del governo.
S.
L’on. Giolitti a Caserta
CASERTA, 5 — Col treno di Roma delle 12,40 è arrivato il presidente del Consiglio, on. Giolitti, accompagnato dall’on. Schanzer, dagli on. Colosimo, Rullo, Pascale, Lucerani, Conte e da Achille Fazzari.
L’accoglienza non poteva essere più cordiale. Erano ad aspettare: il prefetto comm. Grignolo, il sindaco e tutta la Giunta comunale col segretario capo del comune; il presidente e tutta la Deputazione provinciale; l’on. Grossi. I deputati on. Verzillo, Morelli, Scorciarini e Della Pietra. Il generale comandante il presidio; il pretore avv. De Cosmo, il cav. De Rosa ispettore scolastico, quasi tutti i componenti della Giunta provinciale amministrativa e della Commissione di beneficenza, molte società operaie con le bandiere.
E’ sceso dal wagon-salon prima S. E. Schanzer, che ha dato la mano al presidente del Consiglio, il quale svelto, svelto, è sceso e si è diretto nella sala di prima classe, dove S. E. Schanzer ed il comm. Grignolo gli hanno presentato gli astanti. S. E. Giolitti ha con visibile compiacimento salutato tutti i suoi amici e si è compiaciuto con l’on. Grossi, che, sebbene ammalato, ha voluto trovarsi qui a riceverlo.
Il comm. Rossi, presidente della Deputazione, ha rivolto delle parole improntate alla più viva sincerità ed al più grande entusiasmo al presidente del Consiglio, il quale gli ha risposto che egli ha speciale predilezione per la provincia di Terra di Lavoro, i cui uomini politici sono stati sempre amici suoi carissimi. «Pietro Rosano — egli ha detto — per me fu un fratello; il suo successore nel collegio di Aversa è uno dei migliori amici miei».
Il sindaco di Caserta cav. Ruta, nel dare il benvenuto ai due ministri, ha pregato S. E. Giolitti di visitare Caserta.
Il presidente del Consiglio ha risposto che egli può muoversi di rado; ma che si augurava di poter soddisfare quanto che è un suo vivo desiderio.
Alle 13 siamo partiti per Aversa, mentre la musica cittadina suonava la marcia reale.
Alle 17, col treno speciale siamo ripartiti da Aversa. L’on. Giolitti, sebbene stanco, si è intrattenuto con tutti e l’on. Schanzer, festeggiato per quanto ha saputo fare il capoluogo del suo collegio, ha felicitato non poco il presidente del Consiglio. L’applauso entusiastico di Aversa, si è ripetuto a Caserta e gli ospiti illustri sono andati via convinti non potevano avere accoglienza più cordiale e più entusiastica.
Il comm. Grignolo, nostro amatissimo prefetto, dev’essere soddisfattissimo. Tutto è andato in modo inappuntabile e non può essere diversamente, quando il servizio è diretto da lui e quando coloro, che lo coadiuvano, lavorano con fede e con zelo.
Una bella giornata per Caserta, che ha saputo degnamente salutare il presidente del Consiglio ed il ministro Schanzer.
Il ritorno dei ministri a Roma
ROMA, 5. — (Fonogramma al «Mattino») Col treno delle 21.40 sono ritornati da Aversa gli on. Giolitti e Schanzer.