Nascere in un centro a pochi chilometri da una metropoli significa spesso crescere alla sua ombra: ne senti il richiamo, ti lasci affascinare dalla sua cultura e perfino dalle sue contraddizioni, fino a riconoscerti nei colori della sua maglia azzurra. Poi però arriva il tempo in cui impari a osservare con occhi diversi la tua città: le sue case, i monumenti, le chiese, le piazze. E confrontandola con altri luoghi capisci che troppo spesso il giudizio severo dei suoi stessi abitanti nasce da un’antica abitudine a sminuire ciò che è proprio. Ma basta sollevare quel velo per scoprirla davvero, insieme alla storia e alla bellezza che custodisce.
Allo stesso modo, un giorno ti accorgi dell’esistenza di una squadra che tutti chiamano “Aversana”, anche se sui manifesti c’è scritto altro. All’inizio pensi possa trattarsi poco più che di calcio di quartiere, di passioni coltivate la domenica da chi non ha mai smesso di sognare. Poi arriva quel 25 maggio 1980, a Santa Maria Capua Vetere: quasi per curiosità assisti allo spareggio in cui lo Sporting Aversa batte il Cellole 2-0 e conquista la Promozione. E senza accorgertene qualcosa cambia.
Da quel momento ogni partita, ogni trafiletto letto distrattamente su un giornale, ogni volta che senti pronunciare la parola “Aversana”, diventa un appuntamento con il cuore. È un legame che raccoglie in un solo battito l’odore della mentuccia ai bordi del campo, la polvere sollevata dai tackle, le imprecazioni e le risate dei tifosi che hanno gli occhi al campo e le orecchie alle radioline, le gioie e le delusioni condivise.
Aversa, nella sua storia millenaria, è stata ferita più volte, ma ha sempre trovato la forza di rialzarsi, spesso ricostruita proprio da chi aveva tentato di distruggerla e, infine, costretto a renderle onore. Così è accaduto anche alla maglia granata: più volte sembrata destinata a scomparire, schiacciata dal peso di gestioni difficili e sacrifici troppo grandi per le compagini societarie, ma ogni volta restituita ai tifosi con un colore più vivido.
Gli aversani, negli ultimi mesi, conoscevano già il destino che si stava avvicinando. Eppure sono rimasti lì, fino all’ultimo, per onorare una maglia e chi l’ha indossata con dignità. Questi ultimi, forse inconsapevolmente, hanno fatto proprio lo spirito di Aversa: a terra e con poco sostegno per rialzarsi, invitti, hanno rialzato il capo. Tutti loro avranno un appuntamento con il cuore dei tifosi aversani.
Portici, trentacinque anni fa, ci portò via il più grande calciatore che abbia mai indossato la maglia granata: Ciccio Foggia. Oggi forse porterà via un titolo sportivo, ma è un dolore diverso. I trofei possono cambiare mani ed essere riacquistati, non le irripetibili gesta del numero dieci. E resterà anche il legame con il Ninja, Francesco Esposito: perché è certo che porterà sempre nel proprio cuore la maglia granata insieme a tutte le altre che hanno avuto e avranno l’onore di averlo tra le proprie fila.
Senza voler far dispetto ad alcuno, Aversa e l’Aversana esisteranno sempre.