Real Aversa, ripartiremo ancora una volta

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Erano arrivate tre vittorie consecutive e la convinzione che si potesse fare di ogni gara un occasione per fare bella figura e per accumulare punti per la salvezza diretta. Poi è arrivato l’ultima ondata epidemica che ci ha tolto tanto, anche in casa Real Aversa: al ricordo delle gesta esaltanti si è sostituito quello per le persone che ci hanno lasciato e che hanno sofferto. Il calcio in fondo è un gioco che dura novanta minuti ed anche se la gara finisce male come oggi, è sempre bello poterla vivere fino in fondo, c’è sempre tempo per un altra partita e per un altro campionato.

A nessuno, spero, abbia mai sfiorato l’idea che questa squadra, avendo le qualità per confrontarsi con chiunque, bastasse scendere in campo per fare un risultato positivo. In un tempo normale dopo tre vittorie avremmo dovuto assistere ad una crescita tecnica delle squadra; ci si poteva attendere che s’affinassero le potenzialità dei singoli e l’insieme di squadra, ma così non è stato. E’ solo un esempio ma poteva essere utile alla causa granata vedere più cattiveria e voglia di metterla dentro da parte degli uomini che agiscono sul lato destro in fase di attacco, efficaci quasi sempre nella manovra e negli assist avrebbero potuto essere più incisivi sia concludendo con più convinzione sia nel proporsi come terminale nella fase conclusiva dell’azione.
Le qualità ci sono ancora tutte ma al punto in cui siamo bisogna ripartire dalle certezze, bisogna consolidarle perché anch’esse sono venute meno in alcuni frangenti. Una volta recuperate si può riprendere il cammino che porta ai risultati, e se vogliamo anche ad un percorso di crescita interrotto per cause non legate al calcio.
Le certezze sono innanzitutto legate a valori intangibili:

– l’attaccamento viscerale di un migliaio circa di tifosi che come rassegnati evangelizzatori cercano nuovi adepti a cui trasmettere il proprio credo e la fede verso la maglia granata.

– l’amore e la passione per questo sport e per questi colori che quasi sempre, a memoria, è retto ad Aversa sulle spalle di un solo uomo e dei sui collaboratori.

La spinta per ripartire deve venire da loro: “Qui sub ingesta iacuit Basiliscus harena, invictum liber protulit ille caput” recita l’antico motto.

Dal punto di vista tecnico bisogna continuare a puntare su mister De Stefano, che essendo un essere umano qualche volta forse sbaglia (chi può dirlo con certezza?) ma che in un campionato dove 14 su 18 si mettono in campo tutte allo stesso modo, fanno tutte la stessa cosa e propongono tutte la stessa manovra (perché nel girone pugliese che ospita le campane si gioca così) almeno proviamo a fare qualcosa di diverso sfruttando le qualità che abbiamo. Se ci omologassimo al loro gioco sarebbe la nostra fine.
Il capitano è dall’inizio del torneo il pilastro di questa squadra, ne è stato l’anima e il cuore, e ora deve essere l’unica voce a parlare in mezzo al campo, deve gestire il nervosismo e l’emotività della squadra incanalandole positivamente.
Gallo deve riprendersi le chiavi della squadra ma dovrà essere meglio assistito, altrimenti è costretto a portare palla quel tempo in più che permette agli avversari di chiudere le linee di passaggio.
Senza Improta infortunato, elemento imprescindibile in questa squadra, e con Messina fuori per squalifica si deve fare affidamento su Chianese. Due mesi fa la sua posizione era perfetta, a rosa completa, oggi non me ne vogliano i colleghi di reparto e De Stefano, è l’unica certezza in attacco e forse dovrebbe stare sulla linea dei difensori avversari. Chiedo una cortesia a tutti (arbitri compresi): quando segna Chianese deve poter esultare nel modo più spontaneo possibile, come meglio crede, il giallo di Brindisi è la mortificazione dell’essenza stessa del calcio. Un’idiozia che va combattuta e non assecondata.

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