Aversano, per grazia di Dio

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Non dovremmo mai smettere di ringraziare Gianni Spezzaferri per quello che ha fatto, a prescindere da come finirà l’avventura della nostra Normanna. Non ci ha solo dato la possibilità di gustare il calcio professionistico dopo mezzo secolo di derby strapaesani, ma ha “sdoganato” in tutta Italia il nome di Aversa, collegato, nel confuso sentire-medio nazionale, a quella Babilonia (anzi, da Saviano in poi si dice Gomorra) degradata e malavitosa che è l’hinterland napoletano, o tutt’al più nota ai buongustai come patria di mozzarelle.
Il termine Normanna, sia che si interpreti come aggettivo-attributo di Aversa, sia che lo si veda come un’apposizione grammaticale (la Normanna di Aversa come, che so, l’Hellas di Verona) ci marchia, ci identifica una volta e per sempre come diversi, diversi da quella pletora di cittadine, sobborghi e paesoni che ci circondano da ogni lato e che formano quell’ammasso urbano caotico che si stende da Napoli a Caserta.
Noi dentro quest’area ci siamo, ma troneggiamo, imponiamo la nostra storia, lo splendore dei nostri monumenti e delle nostre tradizioni. Noi siamo diversi, costretti ad un presente omologato, indistinto, ma portatori di un retaggio storico e di una dignità urbana inconfondibile.
Ho conosciuto varie persone che ad Aversa non c’erano mai state e che ci confondevano, per assonanza (= stesse vocali) con Acerra o con Caserta. Tutti, senza eccezione, mi hanno poi detto: che sorpresa ! che imponenza ! E mi hanno fatto male mentre mi rendevano orgoglioso. Mi hanno fatto male perché ho pensato a quanto ci siamo fatti mettere i piedi in faccia, a come ci siamo buttati giù, assuefacendoci ad un ruolo di subordinati, di periferia, a come abbiamo sopportato l’identificazione con le escrescenze mostruose di questa terra, dimenticando chi siamo e da dove veniamo.
“Per grazia di Dio, né capuano né napoletano, ma aversano”. Così un tempo si diceva. Oggi non deve essere campanilismo, deve essere coscienza di noi stessi.
da Shadow, l'”ombra normanna” fuori dalla Contea

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