Esclusioni e ripescaggi .LegaPro, tra malattia e cura.
Leggendo giornali, siti web d'informazione sportiva e qualche post qua e la dei tifosi si percepisce che la "crisi" del calcio italiano, segnatamente della LegaPro, sia determinata dalla ristrettezza dei parametri stabiliti dalla Lega e dalla successiva mannaia della Covisoc. L'accusa più frequente è quella di aver relegato uno sport ad un mero esercizio di poste di bilancio.
Se è pur vero che le accuse sono dettate dal risentimento di veder scomparire la propria squadra del cuore, è altrettanto vero che si confonde la malattia con la cura. L'ordine giusto va ristabilito.
La malattia è stata la sovradimensione della redditività del calcio business. Una redditività basata quasi esclusivamente sui diritti televisivi. Quante volte sui giornali si sono lette affermazioni dei dirigenti di squadre blasonate, e non, che riguradavano il neoacquisto di lusso che veniva finanziato non solo dai ricavi di gestione di quell'anno ma ineluttabilmente dalle somme derivanti dai contratti televisivi pluriennali di la da venire. Attingere oggi a risorse che riguardano futuri guadagni inevitabilmente toglie risorse a esercizi futuri. Il risultato di queste politiche sono state le messi di fallimenti a cui assistiamo da almeno sette anni. Si potrebbe obiettare che quanto detto riguardi la malattia del calcio dei grandi e non di equipe professionistiche di terza e quarta serie. Ed invece, no. La torta dei diritti televisivi era rappresentata così grande che tutti hanno aspirato a sedersi alla tavola delle serie maggiori investendo somme, soprattutto in ingaggi, che permettessero il salto di categoria con l'unico risultato di veder lievitare in modo esponenziale i compensi dei calciatori a fronte di componenti positivi di reddito nettamente inferiori, composti essenzialmente dai biglietti d'entrata allo stadio e dalle sponsorizzazioni.
Come rimediare alle scellerate politiche gestionali degli illuminati dirigenti calcistici nostrani se non attraverso l'introduzione di parametri economici che cercassero, non sempre riuscendoci, a "prevenire" fallimenti che lasciano privi di stipendi calciatori e tecnici che a differenza dei colleghi più fortunati vivono di pallone. Fidejussioni, liberatorie e altro non fanno altro che lasciare il calcio in mano a chi ha capacità di farlo. Capacità non solo di disponibilità di capitali ma soprattutto di gestione oculata delle proprie risorse.
La scelta di premiare le squadre che mettono incampo giovani under 21 è anch'essa una cura. Serve a calmierare gli ingaggi di "campioni" o supposti tali. Serve a restituire al calcio una dimensione più sportiva dove può vincere anche una realtà calcistica espressione di un piccolo centro e non com'è accaduto fino a poco tempo fa dove le solite favorite prima sperpervano pur di vincere un torneo per poi dichiarare bancarotta l'anno seguente.
Il calcio della Legapro sta innestando la marcia che lo riporta ad essere uno sport e se ha puntato sui giovani deve anche riformarli educandoli ad una crescita graduale e continua "giocando" in questa categoria piuttosto che seguire (fatto salvo dovute eccezioni) la pulsione, magari dettata da avidi procuratori, del grande calcio con tutto il suo corollario di vantaggi che al contempo, però, brucia fragili ed incompiuti atleti.
La strada indicata da qualche tempo dal presidente della LegaPro, Mario Macalli, dovrebbe essere recepita anche dal calcio maggiore che tanti danni ha provocato e provoca a tutto il movimento basta guardare alla scarsa qualità delle ultimissime generazioni di calciatori che ha avuto il suo culmine nell'incredibile vicenda azzurra ai recenti mondiali.
Le politiche messe in atto dalla LegaPro sono pertanto condivisibili ma allo stesso tempo vanno criticati i rigidi limiti imposti sui requisiti degli impianti sportivi. Il pallone, le misure del terreno, l'albitro, i novanta minuti e i calciatori sono l'unico giudice del calcio. Se i parametri economici servono a garantire che le vittorie sul campo non siano la conseguenza di "doping amministrativo" quelli cosi strettamente legati agli impianti sovvertiscono, invece, il reale giudizio espresso dal campo di gioco. I quadri federali non possono far finta di non sapere che tutti gli stadi italiani sono ai limiti della decenza, come si può pretendere quindi, soprattutto in una congiuntura economica come quella attuale, che piccole realtà adeguino i propri stadi ai parametri tecnici stabiliti? Non dovrebbe essere solo la forza degli undici a decidere in quale categoria debba giocare una squadra e non la capienza o chissà cos'altro dello stadio? Non dovrebbe essere solo la forza degli undici a decidere in quale categoria debba giocare una squadra piuttosto che effettuare ripescaggi sulla base di bacini d'utenza che nulla hanno a che fare con il merito sportivo? - Domenico Russo -
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