Lunedì santo

Lunedì santo
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scritto da Redazione

lunedì 6 aprile 2020

E’ lunedi della settimana santa. Splende il sole a consolarci dell’ennesima giornata di clausura, splende con un’aria particolarmente limpida e serena, come liberata dal disturbo degli uomini e delle loro attività. Silenti sono gli spazi, lo stesso silenzio del tempo nevoso d’inverno, ma siamo nel tepore luminoso d’ aprile. Solo le campane hanno mantenuto esatta memoria della loro funzione e ci ricordano che sono giorni di fede. Vorrei avere lo stesso sentimento mistico di una fragile ebrea in un anno molto difficile come lo fu il 1941, come annota meticolosamente nel suo diario Etty Hillesum: “…ho accettato con gioia la bellezza di questo mondo di Dio, malgrado tutto. Ho goduto altrettanto intensamente di quel paesaggio tacito e misterioso nel crepuscolo... E quel paesaggio è rimasto presente sullo sfondo come un abito che riveste la mia anima…”

In questi giorni il soprannaturale si fa compagno e consolatore della nostra storia, interlocutore amico della propria incertezza e meta certa e appagante, dopo una vita abbandonata al nostro vagabondaggio senza consapevolezza del limite. Di fronte alla riscoperta precarietà del vivere, una fede che ti spiega il perché dobbiamo morire risolve ogni dilemma, e ti tira fuori dall’assurdità di una vita senza senso, diviene una vera grazia.

In questi giorni è più facile parlare di un Dio incarnato, che finalmente comprende davvero, cerca, e si inventa la parabola di un Padre che corre incontro al figliuol prodigo, nel senso che se ne è allontanato e poi ritorna. E’ consolante sapersi tanto amati, mentre si fa fatica senza Dio. Richiede volontà e forza d’animo incrollabile il non avere fede. Ci si carica sulle spalle della propria autonomia le domande che sfidano l’universo e la sua origine, e ci si trova impotenti a trovare il senso del pilastro del mondo e delle sue eterne stagioni e a ritrovarsi senza spiegazioni di fronte a questo istinto di eternità. Oggi anche la psicoterapia, che in passato non vedeva di buon occhio una vicinanza empatica senza controllo e si teneva lontana dalla dimensione delle fede, comincia a vederci un’occasione di terapia. La comunità scientifica è molto interessata a quelli che ha chiamato i placebo trascurati.

Questo sovrastante silenzio e quest’aria bella, ma senza movimenti, oltre i pensieri circa la fede, mi richiama l’esperienza del deserto. Il deserto che ci mette di fronte al limite della nostra resistenza e della nostra adattabilità, deserto come luogo privilegiato dello spirito e della nostra capacità di essere soli o di sperimentare benevolmente il vantaggio di essere in compagnia, ma anche di doversi spostare, come capita all’esperienza di essere nomadi, riflettendo sui rischi di un eccessivo individualismo, un ritenersi il metro dell’universo. Si è sedotti dalla voce del deserto e dalla sua apparente immobilità e dal suo essere strumento di meditazione e di preghiera. Dovremmo in questi giorni imparare dal deserto, che rappresenta nell’apparenza il trionfo della provvisorietà. E’ uno spazio enorme, la vista vaga all’infinito, nulla si muove e niente si sente, eppure è un trionfo dei sensi ed è il luogo dove l’anima si sente meglio e riscopre qualcosa che le appartiene nel profondo, che appartiene alla familiarità di ciascuno, un tornare a casa, come a dire: finalmente, benedettamente, meravigliosamente. Nel deserto nessuno si sente in pericolo eppure c’è la precarietà di ogni cosa e ogni bisogno appare un po’ superfluo, forse perché si ha il contatto con l’assoluto e si cerca, almeno col pensiero, un angolo in cui inginocchiarsi…

Solo se siamo capaci di guardare al deserto che è dentro noi stessi con confidenza e serenità siamo in grado di filtrare i messaggi che ci giungono dall’esterno per diventare abili nell’aprire, ma anche nel chiudere. Aprirsi all’esterno con la capacità di guardare e vedere, senza rimanere abbagliati, creando una giusta miscela di io e noi, di responsabilità personale, di importanza della nostra azione e di capacità di saperne prevedere il valore e le conseguenze, alla ricerca dell’impegno massimo possibile, attivando tutte le energie e tutta la passione individuale, ma anche calcolandone i limiti, in armonia con il contributo degli altri, con le loro motivazioni e significati, sapendo all’occorrenza passar la mano, offrendo anche agli altri la scena, in un gioco di squadra e nella composizione di un mosaico che richiede il contributo di tante tessere.

La paura del contagio in questi giorni, il bisogno di compagnia che stiamo sperimentando nella forzata solitudine, ci portano il vantaggio di un atteggiamento diverso, come un cuore nuovo, un invito ad una vocazione più corale, un rifiuto del mito dell’individualismo, che abbia finalmente la nostra approvazione. Al di fuori della mia storia e del mio contributo ci sono alternative e soluzioni migliori e la mia difficoltà ha modo di non trasformarsi in una condanna disperante.

Raffaele Iavazzo



   

Gentile utente,
Tavecchio, presidente della FIGC, ha recentemente dichiarato: "Così anche quest'anno partiremo chiudendo gli occhi..." ammettendo implicitamente che negli anni scorsi si è evitato di intervernire per in situazioni amministrativamente poco chiare. Il Tribunale Federale, ancora recentemente, con le sentenze a proposito del filone calcioscommesse aperto dalla Procura della Repubblica di Catanzaro (certificata da intercettazioni) ha comminato sanzioni irrisorie di pochi punti da scontare nel prossimo campionato legittimando ed autorizzando di fatto il "calcioscommesse". Alla luce di tutto ciò ti invitiamo a riflettere sulla possibilità o meno di recarti in agenzie di scommesse per perdere soldi senza avere la certezza che il gioco si svolga in modo chiaro e trasparente.
Chiediamo ai grandi gruppi che operano su concessione dell'Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato (AAMS) di intervenire finalmente anche a salvaguardia del loro business altrimenti non sarà difficile supporre che le situazioni illegali succedutesi negli anni hanno avvantaggiato anche mancati payout.
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